mercoledì 10 gennaio 2018

Tutto è relativo, sosteneva Einstein

Tutto è relativo, sosteneva Einstein.




Pochi giorni addietro, nella mia classe di studenti stranieri, ho simulato un colloquio d'esame.
Volevo capire, attraverso le domande, cosa pensassero dell'Italia.

Il sig. Mahreb (nome di fantasia) ha circa 60 anni, da oltre venti vive e lavora in Italia mentre la sua famiglia è rimasta in Marocco attendendo i soldi dal proprio congiunto. Ha una corporatura alquanto tarchiata, uno sguardo che ha conservato l'occhio vispo del ragazzino marocchino che fu, lo sguardo di chi nella vita può affermare di aver fatto esperienza.. Quest'anno ha deciso di frequentare la scuola media per prendere la licenza.
Si siede sulla sedia che ho posto dinnanzi alla cattedra, di fronte a me.  
Domando: "se un giovane marocchino le chiedesse un consiglio riguardo l'eventualità di trasferirsi in Italia, cosa gli direbbe?"
Risponde: "Gli consiglierei di rimanere in Marocco. Qui in Italia è diventato sempre più difficile trovare un lavoro che ti dia la possibilità di costruire un futuro. Quando arrivai, a parte il primo periodo che fu molto difficile, trovai lavoro e possibilità di guadagnare abbastanza per me e per la mia famiglia, ma dal 2008 in poi tutto è cambiato. Adesso non riesci a tenerti un lavoro per più di quattro mesi. Penso che in Marocco, in un futuro non molto lontano, ci saranno le stesse possibilità che ci sono qui in Italia. Tanto vale restare lì." Il sig. Mahreb è prossimo alla pensione e non sa ancora cosa fare dopo, se tornare in patria o far trasferire i suoi cari in Italia.

Osayande (anche questo di fantasia) tre anni or sono è fuggito dalla Nigeria e dopo aver "visitato" diverse nazioni europee è arrivato in Italia. Osayande è alto, forse uno e novanta, esile porta capelli non molto lunghi con un accenno di stile rasta. Durante le mie lezioni di Tecnologia è stato molto attento ad ogni parola che volava in classe, al loro significato. La sua espressione sempre arrabbiata e gentile allo stesso tempo lasciava trasparire sofferenze e dolore senza far nulla per nasconderlo né tanto meno esibirlo. 
Dopo aver ascoltato  un bel po di suoi colleghi, quasi alla fine della lezione, dal fondo dell'aula dove si è sempre seduto, mi fa un cenno deciso, quasi a voler dire "o mi chiami o vado a casa".  Con un chiaro movimento della mano (dovete sapere che da buon siciliano parlo con il corpo), gli indico la sedia rimasta vuota davanti alla mia cattedra. Quasi fosse un gesto convenuto, si alza di scatto e deciso viene a sedersi davanti a me. Di colpo il suo sguardo sempre accigliato cambia espressione. Mi trovo davanti un bambino spaurito di 24 anni, emozionato, a disagio ma voglioso di dire qualcosa, di parlare, di usare le parole che volteggiavano in classe e che lui ha catturato. Non sa esattamente quale di queste parole usare o forse non riesce a metterle in ordine sovrastato dai pensieri ed emozioni. impacciato si presenta e attende una mia domanda.
Chiedo: "Osayande, se oggi ti telefonasse un tuo amico dalla Nigeria dicendoti che vuole andare via, tu cosa gli diresti?" "Che è troppo pericoloso" risponde." Cosa - chiedo - Rimanere in Nigeria? Vivere in Italia?" "Tutto. Restare in Nigeria e viaggiare per venire in Italia" "E tu cosa gli consiglieresti" "Di non fare niente. Di pregare - mi dice giungendo le mani - di pregare Dio come ho fatto io. Io ho pregato Dio perché non sapevo cosa fare, dove andare."
"Vorresti ritornare in uno dei tanti paesi che hai visto o rimanere in Italia?"
"In Italia" "Perché - gli domando" Perché l'Italia è vita, mi ha dato la vita, mi ha accolto, mi ha dato un letto, da mangiare e da studiare. L'Italia è il mio secondo paese. Qui mi sento un uomo
Osayande sa cosa farà: vivere in Italia.



Tutto dipende dal punto dal quale guardi il mondo, affermava il meno noto Arabe de Palo.


Holaaa!

(prof. arch. Francesco De Gaetano - detto Ciccio)





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